Geologia e geomorfologia nella dimensione ibrida del “Geologo Umanista”

lazzariMaurizio Lazzari (ricercatore – geologo e geomorfologo presso la sede IBAM CNR di Tito Scalo, Potenza), traendo spunto dalla propria esperienza professionale, illustra in questa breve intervista lo stretto legame che oggi unisce il mondo della geologia e della geomorfologia al mondo della tutela e salvaguardia del patrimonio storico-archeologico della regione Basilicata, evidenziando quanto queste discipline, se compenetrate l’una all’altra, possano risultare importanti per lo sviluppo di progetti mirati alla prevenzione dei rischi e all’identificazione di nuove strategie di ricerca.

Dopo aver conseguito la laurea in Scienze Geologiche all’Università Federico II di Napoli nel 1993, la specializzazione in rilevamento geologico e l’abilitazione professionale nel 1994, il dottorato di Ricerca in Scienze della Terra nel 1999 e post-doc nel 2001 all’Università di Bari, vinsi il concorso per ricercatore in Geologia applicata presso il CNR, ex Istituto di Studi Federiciani (IBAM da fine 2001).

 

Da allora il mio percorso scientifico si è articolato in ambito didattico (docenza a contratto dei corsi di Geografia Fisica e Geomorfologia e di Paleontologia e Paleoecologia dal 2007 al 2012 presso Università della Basilicata, relatore di tesi di laurea, master e dottorato) e di ricerca nelle tematiche proprie della “Geologia”, ma con una forte connotazione umanistica, ovvero lo studio dei fattori di rischio naturali ed antropici finalizzato alla salvaguardia e conservazione del patrimonio storico-monumentale della Basilicata e dell’area Mediterranea.

Nell’ambito dell’IBAM ho rivestito il ruolo di membro eletto del Comitato d’Istituto dal 2004 al 2010, di responsabile scientifico di numerosi progetti di ricerca, di rappresentante del CNR nel Comitato di Indirizzo Strategico dell’Accordo Quadro tra CNR e Centro Europeo Universitario per i Beni Culturali di Ravello, pubblicando oltre 100 contributi scientifici in riviste e volumi nazionali ed internazionali inerenti la geomorfologia, la geologia applicata, la geoarcheologia, la climatologia, la stratigrafia e sedimentologia e i repertori bibliografici.

In sintesi, il percorso di crescita professionale personale e di continuo confronto multidisciplinare mi ha condotto dalla Geomorfologia, alla Sedimentologia, alla Geoarcheologia fino ad assumere, credo oggi, una dimensione ibrida, impropriamente definibile, ma efficace nell’idea, di “Geologo Umanista”.

Qual è il ruolo della geologia e geomorfologia in relazione al patrimonio archeologico e monumentale? Quali fasi possono essere indicate come le piùsignificative per lo sviluppo di queste discipline nel settore umanista?

L’applicazione della geologia e geomorfologia al patrimonio culturale è sintetizzabile nel contributo che queste discipline possono offrire per la tutela e la conservazione dello stesso.

La possibilità di definire con precisione i processi di trasformazione naturale del paesaggio e delle possibili interazioni con gli insediamenti del passato rappresenta uno stadio imprescindibile dello studio e della pianificazione. Dove questo non è stato fatto preliminarmente, purtroppo, non di rado si è assistito ad eventi calamitosi che hanno irrimediabilmente compromesso la conservazione dei beni esposti alle diverse pericolosità geomorfologiche naturali del caso o ad errate strategie pianificatorie.

Geologia e WebGIS: TRATTAMENTO DATI STORICIQuali sono i fattori di rischio geoambientale sui quali è fondamentale agire al fine di tutelare e meglio conservare il patrimonio culturale della regione Basilicata?

La regione Basilicata è caratterizzata da un patrimonio storico-architettonico e rurale diffuso che spesso interagisce con processi morfoevolutivi di natura diversa (frane, erosioni canalizzate, alluvioni,ecc.), i quali vengono spesso accelerati dalle attività antropiche che agiscono direttamente nelle aree di pertinenza degli stessi processi.

ProTeCT-Cult: RISULTATI DELLA GEOLOGIAIl Progetto Protect-Cult sviluppato tra Regione Basilicata e IBAM CNR tra il 2008 ed il 2014, sull’intero territorio regionale, ha permesso di definire numerose situazioni di criticità sulle quali sarebbe importante poter intervenire in tempi brevi per preservare i beni esposti a fenomeni franosi, di cui la gran parte purtroppo non sottoposti a vincolo di tutela. Questo progetto ha permesso di completare il censimento dei fenomeni franosi dell’intero territorio regionale nell’ambito del Progetto IFFI, oltre a definire modelli climatici previsionali su eventi estremi in relazione con la franosità regionale e verificare le interconnessioni tra le variazioni climatiche del passato  proiettate nel futuro grazie al fondamentale apporto del CNR IIA di Monterotondo (Roma).

Le ricadute sul territorio regionale saranno molteplici, sia in termini di pianificazione urbana e strutturale, oltre che paesaggistica, sia in termini di pianificazione dell’emergenza.

In sostanza, è stato possibile dotare la regione Basilicata di una base conoscitiva unica ed inedita controllata sul campo:

  • Sul numero e distribuzione areale dei fenomeni franosi classificati e georeferenziati;
  • Sull’interazione degli stessi con i beni storico-architettonici, censiti e georeferenziati;
  • Sull’analisi climatica storica di tutte le serie termo-pluviometriche disponibili.

I risultati del progetto, presentati nella forma definitiva il 18 maggio del c.a. a Potenza sono stati pubblicati su un WebGIS dedicato, oltre che su riviste internazionali.

Una breve sintesi del Progetto #Mulilù, lo studio attento e le indagini svolte direttamente sul territorio lucano che hanno portato al censimento e alla georeferenziazione di centinaia di mulini della Basilicata…

geologia e geomorfologia dei mulini lucaniIl Progetto Mulilù s’inserisce in un più ampio programma di studio sul Paesaggio Culturale ed in particolare di censimento dei beni storico rurali sul territorio regionale, tra cui appunto gli opifici idraulici (mulini, ramiere, palmenti, gualchiere) come anche le masserie storiche fortificate, di cui precedentemente a questa ricerca, avviata nel 2009, quasi nessuno se ne era interessato, se non in forma localizzata e sporadica, non permettendo tra l’altro di dare valore ad un patrimonio storico che, nella maggior parte dei casi, era orami dimentico, abbandonato, sottostimato e sconosciuto. Da circa 5 anni le attività di studio si sono intensificate grazie alla preziosa collaborazione dei colleghi strutturati e di bravi giovani ricercatori, come Marica Grano, borsista dell’istituto e dottoranda dell’Università La Sapienza di Roma.

 

Attualmente la ricerca è stata condotta sulle fonti aerofotografiche (collaborazione con l’Aerofototeca Nazionale dell’ICCD di Roma) e cartografiche storiche (grazie anche ad un altro progetto con l’Archivio di Stato di Potenza ASTER Basilicatae, inedito per la regione), documenti d’archivio, bibliografia edita, ricerca e verifica sul campo e fonti orali, permettendo di individuare circa 800 siti in cui erano installati mulini idraulici a fine ‘800, di cui però ad oggi rimane una testimonianza materiale che non supera un sesto del totale.

geologia mulini lucani

mulino a Pignola

Quali risultati sono stati raggiunti da tale attività di studio e qual è il “valore aggiunto” offerto al settore dell’Archeologia Industriale italiana ed europea?

restor_hydro dayL’importanza dello studio non risiede solo nell’aver recuperato una memoria storica dell’attività molitoria, che ha rappresentato per circa due secoli un importante ed imprescindibile riferimento per l’economia locale e regionale, ma anche nell’ aver potenzialmente individuato settori della rete idrografica in cui poter installare impianti di produzione microidroelettrica e/o nei quali avviare un recupero e restauro delle strutture per fini ricettivi, didattici e ricreativi.

Quest’ultimo punto è stato alla base di un importante convegno organizzato dal mio gruppo di ricerca lo scorso anno a Potenza (3-4 giugno 2015 Restor-Hydro Day) in cui sono stati presentati i risultati dello studio ed avviato un confronto  di dati e metodologie con le realtà nazionali ed internazionali, nella cui piattaforma online sono confluiti i risultati della nostra ricerca.

muliluQuesta tipologia di attività di ricerca potrebbe ricadere certamente nel più ampio settore dell’Archeologia Industriale, che contribuisce non poco al recupero di quella memoria storica legata alle attività di sviluppo e trasformazione economica dei luoghi e dei Paesi nel tempo. Certamente, sarebbe anche opportuno definire bene l’ambito temporale a cui la disciplina si riferisce (Michael Rix nel 1955 ne parla per la prima volta riferendosi al periodo della rivoluzione industriale dalla seconda metà del 1700), per non cadere nella fastidiosa tendenza, sempre meno insolita a speculare sui “nomi disciplinari” per forzare una competenza in quel settore.

Quali prospettive e quale futuro si pone all’orizzonte degli ambiti disciplinari di riferimento, in relazione al crescente sviluppo tecnologico che sta caratterizzando oggi il processo evolutivo della società moderna?

E’ difficile rispondere a questa domanda, perché oggi assistiamo, a mio parere, a diversi momenti di crescita e sviluppo tecnologico applicato al patrimonio culturale ed ambientale, ma forse senza una specifica strategia.

 

Lo sviluppo della tecnologia, avvertita nell’ambito della ricerca condotta negli ambiti disciplinari di riferimento del patrimonio culturale e delle scienze umane, è mirato soprattutto ad un immediato e veloce profitto  derivante dalle vendite a basso costo (vedi la grande diffusione dei droni o APR di ogni tipologia o dei laser sfera paesaggio culturalescanner) o per rispondere alle esigenze di lavorare in remoto in alcuni settori, quali l’archeologia, la geofisica o la protezione civile (terremoti, incendi, frane ed alluvioni), che necessariamente però richiederebbero una insostituibile competenza di terra che non sempre è presente nei progetti e nelle relative pubblicazioni. In generale, pur assistendo ad un evidente e necessario progresso tecnologico applicato a diversi settori disciplinari, con rammarico mi sembra di assistere ad un generale impoverimento culturale e metodologico, giustificati dalla necessità di pubblicare tanto e velocemente, sacrificando spesso la qualità ed il rigore metodologico ed interpretativo.

 

La strategia dovrebbe essere mirata ad amplificare e non ad annullare il ruolo e le competenze di alcune discipline e dei relativi studiosi che, pur non operando direttamente con gli strumenti tecnologici presenti sul mercato, siano messi nella condizione di integrare le loro ricerche per rispondere a domande che in passato non avrebbero trovato risposta, senza sacrificare la loro competenza, che, non dimentichiamo, mai potrà essere completamente sostituita da alcuna tecnologia, soprattutto in studi multidisciplinari, quali quelli inerenti il paesaggio culturale.


Intervista a Maurizio LazzariRicercatore – Geologo/Geomorfologo presso la Sede IBAM CNR di Tito Scalo, Potenza.

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