“La grandiosa imitazione di Pompei”: una storia di oblio, riscoperta e innovazione

L’imponente modello in sughero delle rovine di Pompei, conservato al piano superiore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, rappresenta una testimonianza unica e preziosa, per troppo tempo non considerata adeguatamente sia per il suo valore intrinseco che per la sua potenziale valenza documentaria.


 «La grandiosa imitazione di Pompei», come ebbe a definirla felicemente Giuseppe Fiorelli, non costituisce un’unica istantanea del sito, bensì l’insieme simultaneo di più istantanee che riproducono in più momenti i diversi settori delle rovine così come apparivano in un tempo prossimo al loro rinvenimento. Dunque non è opportuno parlare di un unico modello dello stato di fatto del sito, quanto di più modelli realizzati e assemblati progressivamente.

Plastico_di_Pompei_1Il plastico pompeiano, in quella sua lunga parabola di realizzazione che si estende dal 1861 sino a raggiungere gli anni ’30 del secolo successivo, ci racconta oggi numerose storie: quella del Fiorelli che lo ha voluto e quella dei suoi tanti disegnatori e plasticatori (Felice Padiglione; Vincenzo, Alessandro ed Emilio Bramante; Nicola Roncicchi; Antonio Carotenuto e Luigi Auriemma). Racconta le storie incredibili dei pionieri nell’arte felloplastica (la “modellazione del sughero”): Rosa, Chichi e Altieri i quali per primi, già nella seconda metà del Settecento, avevano realizzato maquette in sughero delle antichità, riproducendo in modo prodigioso le grandi rovine romane e vesuviane in modo così prodigioso da farne un’industria di lusso; ancora il plastico pompeiano narra le storie dei numerosi viaggiatori che, ammaliati dalle bellezze italiche, non avrebbero mai rinunciato a pagare lautamente pur di portare con sé un souvenir in sughero di quanto ammirato; o le storie dei modellatori presepiali che per primi affinarono la modellazione del sughero. Esso narra della nascita del moderno museo d’architettura e dell’idea pedagogica della maquette in quanto riproduzione esatta e autentica dell’architettura antica. Il plastico di Pompei racconta dell’avanzare incessante della ricerca vesuviana, delle conquiste del metodo e dalla percezione dell’antichità che, nel tempo, avrebbe restituito il monumento isolato al suo ben più ampio contesto topografico.

Insomma, nella sua complessità, al crocevia di tante storie di uomini e idee, fra Grand Tour, voyage pittoresque e “pedagogia” d’architettura, il plastico di Pompei costituisce l’espressione ultima e massima di una tecnica documentaria e riproduttiva ben consolidata ma ormai al suo tramonto. La «nuova era» inaugurata da Giuseppe Fiorelli – non casualmente coincidente con l’unità d’Italia – mette a punto un piano della conoscenza volto a gestire e riorganizzare il passato e le acquisizioni raccolte in un secolo di ricerca pompeiana: il grande plastico rappresenta un importante tassello di questo rivoluzionario progetto di razionalizzazione delle conoscenze.

Litografia del Modello

In questo modo annota Johannes Overbeck nel 1866:

[…] Questo modello della città di Pompei, prodotto in scala 1:100, costituisce la più encomiabile impresa della nuova epoca come ammetterà chiunque conosca fino a che punto le rovine siano esposte al degrado. Questo è il motivo per cui la realizzazione di un modello che riproduca ogni struttura come è davvero, o come era nel momento in cui fu scavata, non è soltanto auspicabile quanto necessaria. Inoltre, quando invece dell’originale guardiamo il modello, è più semplice accrescere la nostra comprensione del contesto e della collocazione di tutte le singole camere e di ogni edificio uno rispetto all’altro, della disposizione delle vie e dei diversi livelli e di altre cose simili; e alla fine questo modello in sughero, intonaco e carta, realizzato con la massima accuratezza ed esattezza, in cui persino le pitture murali e i mosaici pavimentali sono della maestria più raffinata, è un’opera d’arte estremamente incantevole e ammirevole.[1]

Dunque, nell’intenzione di Fiorelli, il plastico intende essere innanzitutto un testimone: il degrado cui le strutture e le pitture di Pompei sono esposte costituiscono non un limite ma uno stimolo per la sperimentazione di nuove metodologie Il plastico di Pompeidi documentazione. Insomma, con un’espressione a nostro avviso molto felice, «la grandiosa imitazione» sorge dal proposito di patrimonializzare gli scavi. La funzionalità primaria e originaria è quella di registrare lo stato reale degli scavi, per poter preservare, testimoniare e tramandare quella mole di conoscenze archeologiche acquisite nel corso della lunga ricerca a Pompei.

Tuttavia la maquette pompeiana non è soltanto un mero documento per specialisti ma diviene anche strumento di comunicazione grazie all’immediatezza percettiva che il modello ridotto riesce a trasmettere della realtà, attraverso il “colpo d’occhio” della visione generale e integrata.

Tuttavia il plastico potrebbe anche raccontare le storie dei suoi visitatori che, con le loro diverse aspettative e il loro stupore, gli si sono avvicinati incuriositi nel corso del secolo scorso; ma raccontare soprattutto una storia di progressiva disattenzione sino alla suo completo oblio.

Alla luce di ciò il progetto del Laboratorio di Archeologia Immersiva e Multimedia (Giovanni Fragalà, Samuele Barone, Danilo Pavone) intende riscoprire, rivalutare e restituire il grande plastico alle sue originarie funzioni e alla fruizione da parte del grande pubblico. Dunque non solo la comprensione delle suo valore in quanto prodotto culturale, ma anche delle potenzialità documentarie e comunicative. Il grimaldello che ha consentito – e consentirà ancora – di dischiuderne i segreti, di comprenderne il valore in quanto prodotto culturale ma anche di svelarne le potenzialità archeologiche e divulgative è costituito dal suo rilievo 3D.

L’oggetto, per la sua grande estensione e per la presenza di strutture ravvicinate e dettagli miniaturistici (le decorazioni; le pavimentazioni; i piccoli muri in sughero; la minuta caratterizzazione delle pareti), ha costituito una sfida non indifferente nella scelta della metodologia più adatta ai fini di un’acquisizione efficiente e fedele.Immagine3

Valutate le condizioni di presa e la natura dell’oggetto, si è preferito un metodo image-based piuttosto che range-based: tramite un carrello appositamente costruito per effettuare le “strisciate” aeree sul l’area del plastico, attraverso un’inedita metodologia di “macro-aerofotogrammetria” è stato possibile acquisire il dataset necessario alla modellazione tridimensionale delle singole insulae e del plastico nella sua interezza.

La realizzazione di un esatto modello virtuale del modello fisico rappresenta un formidabile strumento di divulgazione: la navigazione interna permetterà non soltanto di far conoscere al più ampio pubblico il plastico così come è conservato al MANN ma anche di acquisirne una visione potenziata, consentendone un osservazione e un’analisi che dal vivo non sarebbero altrimenti possibili.

Modellino Pompei - Museo Acheologico Nazionale di NapoliCiò che tuttavia non deve essere mai trascurata è la realtà archeologica da cui ogni storia prende avvio, ancora di più quando – come nel nostro caso – si tratta di una storia di repliche, riproduzioni, imitazioni: il problema dell’affidabilità ne è la chiave di volta. Il modello pompeiano, in quanto riproduzione conservativa dello stato archeologico prossimo al momento dello scavo, rappresenta oggi un modello parzialmente ricostruttivo di contesti ormai irrimediabilmente perduti, di decorazioni parietali ormai in disfacimento avanzato, di intonaci e ambienti ormai di difficile lettura di cui il plastico costituisce a volte l’unico testimone. Insomma, una volta acquisito e perfezionato il modello digitale, si mirerà a sfruttarne le potenzialità documentarie. Questo sarà possibile soltanto dopo averne valutato il generale grado di fedeltà e di variabilità interna. Insomma: fino a che punto il grande plastico può essere preso sul serio tanto da assumere il crisma di “documento archeologico”?

Modellino Pompei - Museo Acheologico Nazionale di Napoli

Attraverso la selezione ragionata di alcuni case-study (Casa del Citarista, Casa della Parete Nera, Casa della Caccia Antica, Officina coriariorum), è stato già possibile in via preliminare entrare nella logica esecutiva del plastico in sughero, di valutarne l’affidabilità e i limiti, il potenziale archeologico e gli errori, la variabilità tra le varie fasi di realizzazione e soprattutto il valore documentario e comunicativo. Attraverso un’accurata campagna di documentazione fotografica svolta on the field, è stato già possibile confrontare l’attuale stato di fatto dei contesti archeologici selezionati, le informazioni fornite dal sughero e la letteratura in merito. In molti casi il testimone in sughero non si è limitato a confermare letture già note, a volte ha offerto integrazioni, o addirittura interessanti varianti che, di volta in volta, sono state valutate nella loro credibilità. Gli interessanti risultati scientifici raggiunti al termine di questa preliminare ed inedita fase di ricerca, fanno di certo ben sperare nel prosieguo di queste indagini in maniera più estensiva, esaustiva e completa: è già in pubblicazione un atlante ragionato del grande plastico.

Foto del plastico di Pompei

Lo studio del modello in sughero attraverso la sua restituzione virtuale 3D ci pone singolarmente con l’originale in un rapporto doppiamente mediato. Modello in sughero e modello tridimensionale – il primo ironicamente maggiormente “tridimensionale” del secondo e il secondo come evoluzione moderna del primo – non si pongono come alternativi alla realtà, ma piuttosto come suoi integrativi: al reale devono ritornare per necessità. Nella trasversalità di una ricerca che investe anche l’applicazione di nuove metodologie, nell’alternarsi di autenticità e originalità, di replica e modello, sarà necessario tuttavia mantenere a vista le finalità ultime di conoscenza storica e archeologica.

Insomma, nel voler ridare voce a questo straordinario testimone e alle storie ad esso legate ma rimaste mute e impolverate per lungo tempo, il nostro studio trova la principale ragion d’essere senza però trascurare lo straordinario valore sociale e divulgativo dei due modelli, quello materico e il corrispettivo virtuale.

Cartolina stereoscopida del Plastico_datata 1897

Regio VIII_Quartiere dei teatri


 

Articolo a cura di Giulio Amara, membro del Laboratorio di Archeologia Immersiva e Multimedia IBAM CNR


 

[1] Overbeck, Pompeji in seinen Gebäuden, Alterthümern und Kunstwerken, Lipsia, Wilhelm Engelmann, 1866, 47 (trad. it. a cura di chi scrive).

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