Il vino, la bevanda di Dioniso, specchio dell’uomo

Lekythos

Il vino, oinos, è la bevanda alcolica associata a Dioniso. La preparazione della bevanda prevedeva che, dopo la vendemmia, il mosto venisse fatto fermentare all’interno di contenitori in terracotta seminterrati fino alla sua completa trasformazione in vino.

Il tema della vendemmia ha offerto ai pittori vascolari l’ispirazione per la decorazione della ceramica e questo lo possiamo notare già nella Lekythos (contenitore per conservare olio e profumi) datata tra la fine del VI sec. a.C. e l’inizio del secolo successivo, proveniente da Gela, collezione Lauricella, ma conservata a Siracusa, sulla quale sono raffigurati un satiro e una menade ammantata, con i capelli raccolti, nell’atto di pigiare l’uva all’interno di contenitori; un ulteriore esempio ci viene offerto da un’anfora della fine del VI sec. a.C. rinvenuta presso la necropoli dell’Osteria a Vulci e attualmente conservata a Catania nella collezione Zappalà, in cui lo stesso Dioniso, che regge nella mano sinistra un kantharos, presiede alla preparazione del mosto da parte dei satiri.


Anfora dell’Osteria a Vulci

La bevanda di Dioniso veniva celebrata nelle festività a lui dedicate, come le Lenee o le Antesterie, e consumata principalmente durante la pratica conviviale successiva al banchetto, il simposio, al quale erano ammessi esclusivamente uomini adulti e durante il quale i commensali consumavano il vino e si intrattenevano intonando canti, suonando e conversando.

Il vino non veniva servito puro: tale utilizzo era considerato tipico del mondo barbarico; per questo motivo veniva mescolato all’acqua in percentuali variabili, da 1:1 (metà acqua, metà vino) a 1:10, all’interno di grandi crateri (recipienti dal corpo ovoidale e larga imboccatura) o stamnoi (vasi di forma globulare provvisti di una larga imboccatura e spesso di un coperchio con pomello), da questi travasato nelle oinochoai (brocche con bocca semplice o trilobata) e successivamente nei tipici contenitori per bere: la kylix (coppa emisferica su alto piede), lo skyphos (tazza biansata) e il kantharos (coppa su alto piede e anse rialzate oltre l’orlo).

Kylix a occhioni

Frammento di coppa con tondo centrale a rilievo

L’occasione del simposio è anche il momento in cui il dio si manifesta: nella seconda metà del VI sec. a.C. un consistente numero di coppe vengono esternamente decorate con una coppia di occhi ad imitazione di quelli di Dioniso, figlio di Semele, in modo che, bevendo il vino da esse, chiunque potesse indossare la maschera del dio e assumere la sua identità; a tal proposito, un esempio sono le coppe provenienti da Siracusa esternamente decorate con una coppia di occhioni che fanno da cornice a due figure centrali. Del resto, anche nel momento in cui il simposiasta consumava il vino, si trovava faccia a faccia con le sue raffigurazioni dipinte o a rilievo sul fondo delle coppe, come si può constatare analizzando il frammento di kylix  conservato a Siracusa

Ma quali erano gli effetti che il vino provocava?

Odisseo rivolgendosi ad Eumao dice «[…] il vino mi eccita, […] rende folli e spinge anche il savio a cantare e a ridere […] ispira parole che sarebbe anche meglio non dire.” (Odissea, vv. 463-466); Archiloco di Paro scriveva “So intonare il ditirambo […] quando sono folgorato nella mente dal vino» (Fr. 120 West=117 Tarditi); e ancora Alceo considerava il vino “specchio dell’uomo” (Fr. 366 Voigt).

Il vino, dunque, è ispiratore di canti, fonte di evasione per l’uomo e rivelatore del proprio io, ma non solo, esso è anche causa dell’ebbrezza e della perdita della ragione.


Articolo a cura di Enrico Santoro, laureando in Metodologia, cultura materiale e produzioni artigianali del mondo classico, Prof. D. Malfitana (Archeologia – Università degli Studi di Catania)

Realizzato con il supporto e la supervisione di Fabio Caruso, ricercatore IBAM CNR


Fonte: fotografie tratte dal catalogo “Dionysos. Mito, immagine e teatro” realizzato in occasione dell’omonima mostra (10 maggio al 30 settembre 2012), a cura di  Fabio Caruso, ricercatore presso la sede IBAM CNR di Catania e Giuseppina Monterosso,  funzionario archeologo del “Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi” di Siracusa.

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