Riqualificazione urbana e salvaguardia del patrimonio culturale: necessità, dovere o connubio impossibile?

Andrea Salvaggio, giovane borsista dell’IBAM CNR, impegnato, nell’ambito del progetto di alta formazione SPIDEr, in attività di ricerca mirata all’analisi e progettazione di interventi di restauro e rifunzionalizzazione di edifici storici e contesti monumentali in ambienti urbani pluristratificati e a lunga continuità di vita, tramite la creazione di strumenti per la pianificazione urbana e territoriale in grado di gestire, analizzare e condividere sistemi complessi di dati (storici, antropici, culturali, naturali), racconta in questa intervista il suo contributo nell’ambito del progetto SPIDEr. 


Oggi, grazie allo sviluppo delle tecnologie e in particolare della sensoristica, si aprono notevoli possibilità per l’acquisizione e il trattamento di dati geografici che riguardano tanto il singolo edificio nelle sue parti, quanto l’ambiente urbano in cui questo si trova inserito. Quanto la diffusione di Sistemi Informativi Territoriali ha influito nei moderni processi di pianificazione urbana e quale il settore a cui può apportare maggiori benefici? Che ruolo giocano questi strumenti all’interno del progetto SPIDEr? 

Le tecnologie permettono di utilizzare e integrare i diversi dati prodotti dall’uomo o da reti sempre più estese di sensori, aumentando la nostra conoscenza e la nostra capacità di intervenire in questioni strategiche per lo sviluppo urbano e territoriale, come, ad esempio, la difesa del suolo contro l’abusivismo o la protezione civile. Ma è certamente la tutela, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale uno degli ambiti in cui si avvertono con maggiore evidenza i vantaggi dell’applicazione dei Sistemi Informativi Territoriali (SIT). Le città storiche richiedono infatti strumenti di governance capaci di mettere d’accordo il rispetto dei resti storico-archeologici e monumentali con le necessità di sviluppo e ammodernamento urbano. E’ proprio questo l’ambito in cui opera il progetto SPIDEr dell’IBAM CNR, con l’obiettivo di sviluppare strumenti e soluzioni per una pianificazione rispettosa dei valori storici e culturali delle nostre città. E’ naturale quindi che i Sistemi Informativi Territoriali abbiano all’interno di SPIDEr un ruolo fondamentale. Il mio contributo all’interno del progetto si è rivolto proprio ad essi, tramite la progettazione e lo sviluppo di una banca dati che potesse essere gestita all’interno di un SIT e che potesse raccogliere, partendo da un sito campione della città di Catania, tutti i dati utili ad una pianificazione condivisa, meditata e rispettosa dei valori del nostro passato.

Potresti spiegare in breve che cos’è un SIT e in che modo possa essere impiegato nei processi di pianificazione urbana?

I SIT, acronimo di ‘Sistemi Informativi Territoriali’, nascono proprio dall’esigenza di poter disporre di potenti strumenti per la raccolta, l’analisi, la visualizzazione e quindi la fruizione di informazioni, che possono essere accomunati grazie al loro esatto riferimento allo spazio fisico. Un SIT quindi permette in estrema sintesi di unire dati qualitativi e descrittivi a forme grafiche (punti, linee, poligoni), che rappresentano in uno spazio virtuale l’equivalente di un oggetto reale. Dati e rappresentazioni grafiche vengono elaborate tramite software appositi, chiamati comunemente GIS (Geographical Information System), in grado di attribuire oltre ai dati testuali e numerici, anche coordinate geografiche (Lat, Long e Quota) geolocalizzando così ogni singola entità graficizzata in ambiente virtuale.

Un SIT quindi, permette di creare e rendere disponibile un modello virtuale di uno spazio fisico reale, utile per ‘conoscere’ un territorio e poter operare in maniera più consapevole in tutte quelle attività di pianificazione, di gestione e di valutazione degli interventi che su di esso possono essere condotti.

In tal senso un SIT si configura anche come uno strumento adeguato per consentire la simulazione e la valutazione in anticipo degli effetti di certi interventi, grazie all’analisi delle correlazioni esistenti tra fenomeni diversi relativi alla stessa porzione di territorio: dall’utilizzo sinergico di dati diversi relativi alla stessa area è possibile estrarre conoscenze nuove e complesse.

Ad esempio, uno dei geoportali che permette di incrociare diverse tipologie di dati è quello del comune di Torino, all’interno del quale si affiancano informazioni fruibili tanto dal professionista quanto dal cittadino o dal turista. Attraverso tale portale è possibile ottenere informazioni sulle risorse del territorio, acquisendo dati urbanistici e catastali o  informazioni di interesse tanto del cittadino, quanto del turista, come ad esempio, informazioni su musei, teatri, biblioteche, uffici turistici, anagrafici, di pubblica sicurezza, scuole, ospedali, farmacie, ecc. 

A livello nazionale, molte regioni hanno reso obbligatorio l’uso di tali strumenti. Quali i vantaggi e quali i limiti? 

I vantaggi, che hanno portato al riconoscimento dell’importanza della realizzazione dei SIT all’interno dei processi di pianificazione possono essere riassunti nei seguenti punti:

  • archiviare, gestire e analizzare in modo integrato una grande quantità di dati accomunati sulla base del riferimento spaziale;
  • riduzione dei tempi di elaborazione e analisi;
  • rendere esplicite le relazioni tra le informazioni disponibili tramite processi di analisi spaziale;
  • poter simulare differenti scenari e confrontare i risultati ottenuti al fine di poter scegliere l’alternativa migliore;
  • facilitare la divulgazione, l’accesso e la comprensione dei diversi piani urbanistici al pubblico.

Il rischio, nell’utilizzo di tali strumenti è quello di perdere talvolta il contatto con la dimensione reale. I SIT aiutano nella gestione di un territorio, ma non possono sostituirsi alla conoscenza e al contatto diretto con la realtà oggetto del loro studio.  Un errore in cui gli organi preposti rischiano di imbattersi è quello di sottovalutare o non considerare affatto l’importanza del controllo sul campo, aspetto fondamentale per qualsiasi studio urbanistico. D’altronde, come diceva Bernardo Secchi, un importante studioso della città: “l’urbanistica si fa con i piedi”.

Un altro punto debole degli attuali SIT è legato ai limiti di visualizzazione della componente grafica. Un alto livello di dettaglio moltiplicato per aree vaste e ricche di informazioni, come potrebbe essere un’area urbana, pongono ancora molti limiti, così come la rappresentazione grafica del dato tridimensionale. 

Logiche di sviluppo, riqualificazione urbana, salvaguardia del patrimonio culturale e delle sue testimonianze materiali. Necessità, dovere o semplicemente connubio impossibile?

Dai siti archeologici all’architettura storica, dall’edilizia contemporanea ai castelli medievali,  dalle tradizioni popolari fino alle diverse forme d’arte, il patrimonio culturale, è il cuore pulsante della nostra identità e della memoria collettiva, costituendo l’elemento caratteristico degli spazi urbani delle nostre città storiche. Proprio per questi motivi la tutela e la salvaguardia delle diverse manifestazioni del patrimonio culturale sono, oltre che doveri imprescindibili, opportunità di sviluppo collettivo che, se opportunamente sfruttate, possono rappresentare uno stimolo per ‘riattivare’ processi di crescita urbana che blocchino fenomeni di degrado urbano che, spesso, sembrano irreversibili. La sfida, dunque, più grande che attende oggi le città storiche è quella di trovare il giusto equilibrio tra lo sviluppo urbano da un lato e la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio storico dall’altro lato.  

Ma il connubio fra la salvaguardia e la rigenerazione sembra essere quasi impossibile, poiché gli interventi di ammodernamento e di crescita sembrano seguire logiche opposte a quelle della salvaguardia del patrimonio, rientrando peraltro fra le competenza di settori diversi delle pubbliche amministrazioni. Ciò causa rallentamenti e problematiche di coordinamento e integrazione.

In un contesto di questo tipo, diventa di fondamentale importanza trovare strategie e strumenti nuovi che siano in grado di promuovere il coinvolgimento dei cittadini e di tutti gli attori interessati a processi di pianificazione urbana, che sappiano contemperare le logiche di crescita urbana con quelle del riuso, della riqualificazione e rigenerazione degli spazi e con il rispetto del patrimonio culturale. Infatti, solo attraverso un reale confronto fra le  parti coinvolte (la politica in primis) nei processi di sviluppo urbano si possono elaborare e implementare strategie d’uso, di promozione e di salvaguardia del patrimonio culturale, e quindi della nostra storia.

Quanto la sensibilizzazione e la responsabilizzazione di una comunità, da perseguire attraverso la produzione e la condivisione di informazioni in banche dati ‘open source’, può rivestire un ruolo chiave nei processi di sviluppo urbano? Il progetto SPIDEr in che direzione sta andando?

La quantità di dati disponibili, grazie allo sviluppo e alla diffusione massiccia di strumenti tecnologici capaci di creare, archiviare e condividere dati. Si pensi ad esempio ai moderni smartphone. Non a caso di fronte a tale quantità sempre più grande di dati oggi si parla di   big data. Una gran parte dei dati oggi disponibili è fruibile in modalità open data, ovvero è liberamente accessibile e riutilizzabile. I big data e gli open data hanno un’importanza enorme influendo in molteplici aspetti delle nostre vite, non solo a livello del singolo individuo, ma anche in quello della collettività. Anche la città, con i processi di pianificazione urbana che la investono, è fortemente influenzata dalla grande disponibilità di dati. Ciò  impone una revisione dei tradizionali modelli cognitivi di pianificatori e urbanisti, che sono costretti a modificare non solo i protocolli con cui costruiscono i propri strumenti di conoscenza, come i Piani regolatori, ma anche a ideare nuovi mezzi di pianificazione. 

Funzionamento DB project work SPIDEr

E’ di questo avviso Maurizio Carta, quando sostiene che “siamo di fronte alle prime forme di Open-source Urbanism ed è opportuno che iniziamo a definirne i contorni e a sperimentarne le pratiche per potere individuare i primi protocolli applicativi”.

Se la quantità di dati disponibili impone di ripensare a nuovi strumenti di pianificazione, un ruolo fondamentale è sempre più riconosciuto ai cittadini. A tal riguardo la Comunità europea, tramite l’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA), promuove le attività di citizen science, attraverso le quali è possibile sfruttare, nel contesto ambientale e della biodiversità, il contributo dei comuni cittadini che si adoperano nel raccogliere dati, realizzare analisi o studi scientifici in aiuto o perfino in sostituzione a ricercatori e figure professionali.

I citizen scientists possono quindi contribuire in modo considerevole, mettendo in rilievo conoscenze locali talvolta trascurate dai professionisti poco attenti a cogliere nel quadro generale le specifiche peculiarità territoriali. Il contributo dei cittadini, con le proprie esperienze, può così sostenere il pianificatore nella definizione delle decisioni da intraprendere. Nonostante le evidenti potenzialità dell’applicazione del concetto di citizen science in ambito urbano e, specialmente, per le smart cities, questo ha avuto ancora poche applicazioni in ambito urbano. Rimane pertanto ancora in gran parte da esplorare il vantaggio che i processi di pianificazione urbana possono ottenere tramite il contributo della cittadinanza, al quale deve riconoscersi un ruolo di grande importanza nel raccogliere e acquisire dati e informazioni cosiddette ‘dal  basso’.

Il progetto SPIDEr si colloca all’interno di tale contesto e uno dei suoi obiettivi è quello di costruire una banca dati accessibile e implementabile relativa alla città, al fine di rendere i processi decisionali che la coinvolgono, più consapevoli, intelligenti, dinamici, innovativi e, soprattutto, aperti e condivisi. 

Grazie ad un approccio innovativo, il ‘project work’ di SPIDEr intende creare un modello sperimentale di database integrato con tecnologia GIS e BIM. Potresti parlarci delle caratteristiche di questo database?

Funzionamento DB project work SPIDEr

SPIDEr mira a creare un sistema informativo capace di descrivere la città nella complessità degli elementi che la costituiscono, dal patrimonio archeologico a quello storico-artistico, dalla rete infrastrutturale e dei servizi, al contesto ambientale, visti ciascuno all’interno del processo storico che, dalle città del passato, porta alla città presente.  Tale sistema, aperto, dinamicamente aggiornabile e interrogabile sulla base di molteplici criteri di analisi, è pensato come uno strumento di conoscenza integrata utile per disegnare strategie di sviluppo sostenibile e per la governance delle città a lunga continuità di vita, facilitando i processi collaborativi e la condivisione della conoscenza nell’ambito delle azioni di intervento rivolte tanto al patrimonio costruito, quanto a quello da costruire, valutandone vantaggi e svantaggi e contribuendo alle elaborazioni di best practices e alla diffusione di standard, che da più parti e con sempre maggiore frequenza si stanno diffondendo su scala internazionale.

All’interno del progetto SPIDEr si è inteso fare questo mettendo a punto un metodo di lavoro interdisciplinare e flessibile basato sull’integrazione di differenti strumenti informatici dal Building Information Modelling (BIM) applicato all’edificato storico, ai Geographic Information System (GIS) e alle banche dati (DB). Quest’ultima rappresenta il vero e proprio core dell’intero progetto. Al suo interno vengono raccolti, organizzati e interrogati i dati provenienti da diverse fonti al fine di restituire l’informazione richiesta. Il DB è stato sviluppato in linguaggio SQL e tramite PostgreSQL un software ORDBMS (Object Related Database Management System) open source. Esso permette archiviare i dati sotto forma di tabelle relazionate tra di loro tramite chiavi esterne. La programmabilità di PostgreSQL e la possibilità di dotare ciascun record del database di un riferimento allo spazio fisico, tramite l’estensione PostGIS, ne costituiscono i principali punti di forza. Ciò consente da un lato di interrogare la banca dati di SPIDEr applicando molteplici criteri spaziali, assicurandone dall’altro una piena integrazione all’interno di un ambiente GIS. E’ tramite la piattaforma GIS che diventa infine possibile collegare la banca dati con i modelli 3D elaborati in BIM. 

Per concludere, da Palazzo Ingrassia – caso studio del progetto – al contesto urbano, potresti svelarci qualche episodio di particolare interesse legato alla vita di tale edificio?

Fonte: Archivio quotidiano La Sicilia

Lo studio che abbiamo condotto su Palazzo Ingrassia è un esempio di vera e propria indagine interdisciplinare. Tramite la raccolta di informazioni archivistiche e documentali, indagini autoptiche, rilievi strumentali, abbiamo ricostruito le trasformazioni che ne hanno interessato, nel corso dei secoli, la fabbrica.  Fra questi si distinguono due momenti durante i quali la fabbrica ha instaurato un peculiare rapporto con la forma e il contesto urbano circostante. Il primo momento si data alla fine del 1800 e coincide con l’edificazione del complesso, destinato originariamente a sede dell’Istituto di Anatomia della Facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Catania. Durante questa fase si rese necessaria la demolizione di parte del tessuto urbano situato lungo il margine settentrionale fabbrica, nell’area dell’attuale piazza Annibale Riccò per facilitare le manovre dei carri funebri che dovevano raggiungere il monta cadaveri posto in quest’area e ancora visibile.

Fonte: Archivio quotidiano La Sicilia

Il secondo momento, più recente, riguarda la metamorfosi funzionale dell’area verde compresa tra la Chiesa di S. Nicolò L’Arena e Palazzo Ingrassia. Per lungo tempo questo spazio fu utilizzato come rimessa per le auto. Il progetto di riqualificazione a firma dell’architetto Giancarlo De Carlo ebbe inizio contestualmente al progetto di recupero dell’ex Monastero dei Benedettini, nel lontano 1977 e si concluse solo nel 2006 con la riconsegna da parte del Comune dell’area alla città, che per l’occasione ricevette il nome di “Giardino di via Biblioteca”.

Le due vicende restituiscono un esempio delle dinamiche evolutive che interessarono una piccolissima area dell’attuale tessuto urbano. Il primo intervento mostra come le necessità legate alla costruzione e alla funzione dell’edificio furono tali da modificare la morfologia dell’edificato storico circostante, creando non indifferenti disagi ai residenti. La seconda vicenda, più vicina ai nostri tempi, ci mostra la volontà dell’amministrazione pubblica di restituire alla pubblica fruizione un’area per lungo tempo sottratta all’intera comunità che, vivendo in questi luoghi, manifesta il bisogno di avere un’area verde.

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