Tecnologie per i beni culturali: quale contributo per le comunità?

ibam-iscrL’apertura della sede distaccata dell’ISCR a Matera arricchisce il panorama dei soggetti che, a vario titolo operano sui beni culturali nelle nostre regioni del mezzogiorno e moltiplica le occasioni di costruttive sinergie in relazione alle problematiche di conservazione e restauro del patrimonio culturale. Un passo in tal senso è stato fatto con la recente sottoscrizione di una convenzione tra l’IBAM e l’ISCR per attività in collaborazione riguardanti la didattica e la ricerca.

Tale iniziativa è supportata dalla presenza di una delle sedi IBAM in Basilicata e, soprattutto, del polo di laboratori tecnologici nel campo della diagnostica e conservazione, concentrato prevalentemente nella sede di Lecce. Al riguardo, vale richiamare alcuni elementi del contesto entro il quale le tecnologie, in particolare, trovano applicazione e giustificazione nel campo della ricerca sui beni culturali, e i contributi che esse possono dare.

materaSe consideriamo la vastità del nostro patrimonio culturale, si capisce come le attività connesse agli interventi abbiano una grande rilevanza. Esse, inoltre, hanno avuto un sempre maggiore ampliamento a seguito degli avanzamenti che il dibattito nel campo della conservazione e del restauro ha prodotto, con l’allargamento dei confini del patrimonio culturale a tutti quei beni ritenuti testimonianze di civiltà, inclusa l’edilizia storica minore, in quanto portatori di istanze storiche ed estetiche, di valori ambientali, di cultura costruttiva e materica, ecc.

Parallelamente, sul fronte degli interventi si è andata affermando progressivamente la necessità di un approccio integrato lungo tutta la filiera di azioni che si snoda attraverso la conoscenza, conservazione, valorizzazione e fruizione, che richiami saperi, competenze e professionalità da diversi ambiti, da quello umanistico a quello scientifico. Ampliare l’orizzonte disciplinare e metodologico nella fase di studio e di indagine sui beni culturali significa considerare la molteplicità di aspetti che contribuiscono alla loro valenza: da quelli storici, artistici, tecnici, materici, a quelli di contesto in chiave sincronica e diacronica in riferimento al territorio in cui sono inseriti.

Nelle attività di studio e di indagine le tecnologie possono giocare un ruolo determinante, a partire dalle applicazioni in campo archeometrico, in risposta alle istanze di conoscenza degli aspetti storico-tecnici, costruttivi e materici, dell’approvvigionamento, utilizzazione e circolazione dei materiali e dei manufatti nel corso del tempo.

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Studio archeometrico delle pitture nella cripta di Madonna delle Croci a Matera per la identificazione dei pigmenti e delle tecniche esecutive

Ugualmente, le attività di diagnosi e conservazione possono essere maggiormente qualificate attraverso l’apporto di tecnologie, capaci di dare risposte esaustive in relazione alle necessità di conoscenza preliminari alla scelta degli interventi e, dunque, a garanzia della migliore riuscita, ma anche in relazione alla ricerca delle migliori soluzioni tecnologiche in termini di prodotti e di prassi tecnico-operative.

Uno degli aspetti su cui la ricerca è chiamata a dare contributi riguarda la messa a punto e lo sviluppo di tecnologie non invasive e non distruttive per la diagnosi e per il controllo degli interventi, che si correlino alle ormai avanzate tecniche diagnostiche di laboratorio, e la definizione di protocolli di integrazione delle metodologie diagnostiche tradizionali e/o innovative, che consentano di ottenere dati significativi soprattutto nelle misure in situ.

Un altro importante campo di ricerca investe l’ottimizzazione dei prodotti e dei metodi per la conservazione e la definizione di procedure di intervento in relazione ai prodotti sperimentali, alle tipologie strutturali e ai materiali costituenti i beni oggetto di intervento.

In un’ottica di intervento sostenibile, si richiede inoltre una conservazione programmata, ossia incentrata sugli interventi di prevenzione e manutenzione. Promuovere la manutenzione si traduce nella necessità di mettere a punto procedure e protocolli per il monitoraggio degli interventi, nonché di metodologie di controllo in situ che siano efficaci e sostenibili perché il monitoraggio diventi pratica corrente.

Il campo di attività degli interventi, con particolare riferimento a quelli di recupero, ripristino, restauro e conservazione del patrimonio costruito di valore storico, artistico, architettonico ed archeologico, investe sia gli interventi di superficie, ma anche quelli sulle strutture, soprattutto se si considera il carattere straordinario che essi hanno in molti casi, in assenza di una manutenzione nel tempo. Essi si rendono necessari per diverse motivazioni, quali il degrado dei materiali, la variazione di destinazione d’uso delle costruzioni, il verificarsi di azioni non previste in fase progettuale, ecc., ma anche per le necessità di adeguamento rispetto a nuovi obiettivi prestazionali.

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Prototipo del nuovo georadar stepped frequency sviluppato nei laboratori dell’IBAM di Lecce

Al riguardo la necessità di interventi per la mitigazione del rischio sismico e di quelli in risposta al danno sismico, è una tematica di grande attualità. Allo stesso modo, gli interventi sugli involucri murari in relazione ai criteri di efficienza energetica impongono l’ampliamento dei confini dello studio dei materiali e delle strutture all’analisi delle loro caratteristiche termofisiche, nonché alla ricerca di test e sperimentazioni connessi alla produzione di materiali edilizi ad elevata efficienza energetica.

Da tutto ciò si evince come la diagnostica e la conservazione identificano un momento cruciale della gestione dei Beni che richiede un’elevata qualificazione dell’offerta tecnologica.

Tuttavia è vero che è altrettanto importante valorizzare i beni come risorsa culturale e non solo, attraverso un’adeguata presentazione, comunicazione e fruizione.

Questo è certamente un tema di grande attualità all’interno della moderna società dell’informazione e comunicazione e nella implementazione delle smart cities. Contributi fortemente innovativi ed attrattivi possono derivare dall’applicazione delle moderne tecnologie informatiche, capaci di realizzare piattaforme di conoscenza che integrano efficacemente la molteplicità dei dati inerenti i beni sotto i loro diversi aspetti e valenze, percorsi di fruizione interattivi, immersivi, ecc., oppure ricostruzioni, capaci di restituire alla visione componenti dei beni andate perse, come è nel caso di quelli archeologici, consentendone una migliore lettura e un maggiore apprezzamento.

Infine, nella logica che guarda al patrimonio culturale anche in quanto promotore di sviluppo socio-economico dei territori e delle comunità, conoscenza e conservazione sono giustificati anche da ragioni di natura economica che motivano la ricerca anche sotto il profilo imprenditoriale, attraverso la promozione del partenariato con le imprese, soprattutto le PMI, incapaci di generare autonomamente innovazione tecnologica. L’importanza strategica della ricerca sui Beni Culturali in tal senso è ben evidenziata dalle numerose iniziative – fino all’attuale programma Horizon 2020 –  con le quali l’Unione Europea ha finanziato la ricerca scientifica e tecnologica applicata alla protezione, conservazione e valorizzazione del Patrimonio Culturale.

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Chiesa di Santa Croce, a Lecce, inclusa nel programma di monitoraggio degli interventi conservativi sul Barocco leccese

A livello nazionale, l’importanza oltre confine del problema dei nostri  Beni Culturali ha conferito all’Italia un ruolo internazionale e ha inoltre dato una proiezione mondiale alle sue capacità in questo campo.

Nel nostro paese, il contributo nazionale alla ricerca scientifica per la salvaguardia del patrimonio culturale più significativo è stato dato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e dal Ministero dei Beni e delle attività culturali,  il primo con l’Istituzione già negli anni ‘70 di centri di ricerca interamente dedicati alle tematiche conservative, come i Centri di Conservazione delle Opere d’arte di Roma, Firenze, Milano, nati a seguito del forte impulso alla ricerca scientifica sui Beni culturali dato dall’alluvione di Firenze del 1966, il secondo con la creazione dell’Istituto Centrale del Restauro a Roma, di indiscusso richiamo internazionale, e dell’Opificio delle pietre dure a Firenze.

Molto è stato fatto in anni più recenti per iniziativa del MIUR, delle Regioni, dei Comuni, con l’ausilio scientifico del mondo delle Università e degli Enti di ricerca.

In proposito, vale richiamare quanto fatto dalla regione Puglia negli ultimissimi anni con il potenziamento delle infrastrutture di ricerca in settori strategici per lo sviluppo regionale attraverso i fondi FESR-FSE, all’interno del quale è stata resa possibile la creazione della rete di laboratori AITeCH (Applied Innovation Technologies for the Diagnosis and Conservation of the Built Heritage) e della rete LIEMP (Laboratorio per l’efficienza energetica del patrimonio monumentale), a Lecce.

Entrambe le reti costituiscono importanti riferimenti per gli interventi nel campo del patrimonio costruito di valore storico-architettonico ed archeologico e vedono protagonista al loro interno la sede IBAM di Lecce, con i suoi laboratori di archeometria, prospezioni geofisiche, diagnostica, conservazione e informatica applicata, accanto ad altri partner del CNR e dell’Università di Lecce.


Articolo a cura di Angela Calia, Primo ricercatore dell’IBAM di Lecce e Coordinatrice della rete di Laboratori AITeCH

 

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