Un GIS per lo studio del vino romano in Sicilia: tra ricerca e valorizzazione

Protagonista indiscusso dei banchetti dei greci e, soprattutto, dei romani era il vino. Numerose fonti letterarie ce ne dimostrano l’importanza nelle occasioni sia private che pubbliche. Sono altrettanto numerose le fonti archeologiche che ci consentono di seguire, osservare e studiare ogni stadio della vitivinicoltura nel mondo romano, dalla piantumazione della vigna fino alla preparazione della bevanda ed anche al suo trasporto e consumo.

Ma quale vino bevevano i romani? E che sapore aveva? Che cosa si intendeva con il termine vinum? Questo era il nome generico dato a varie bevande, prodotte in modo molto simile, ma che erano molto diverse tra loro, soprattutto nel gusto. C’era la posca: un vino inacetito mischiato all’acqua. Era il “vino” dei poveri e, soprattutto, dell’esercito.  Poi c’era la lora: un vinello ottenuto facendo macerare con acqua le vinacce appena pressate e destinato agli schiavi. Esistevano, certamente, anche vini di qualità. Quelli prodotti in Grecia erano i più rinomati: il Rosso di Chio, il Thasio ed il Lesbio. Tra i vini “italiani” spiccava il Falerno, prodotto in area campana mentre in Sicilia il vino tauromenitanum, stando alle fonti antiche, doveva essere molto apprezzato. Quest’ultimo era prodotto nelle campagne a sud di Tauromenion (odierna Taormina) che aveva raccolto l’eredità vitivinicola dalla colonia greca di Naxos.

 

Figura 1

Dalla volontà di riscoprire il gusto e le origini di questo “antico vino siciliano” che nel febbraio del 2013, alle pendici nord-orientali dell’Etna, nel comune di Mascali, ha visto la luce la piccola vigna archeo-sperimentale dell’IBAM CNR. Il progetto, curato da Mario Indelicato, è nato sotto la guida del prof. Daniele Malfitana, direttore dell’IBAM, ed è stato svolto nell’ambito della cattedra di “Metodologie, cultura materiale e produzioni artigianali nel mondo classico” dell’università di Catania. Si tratta di una una vigna “romana” piantata, e coltivata, seguendo fedelmente le istruzioni contenute nelle fonti romane di un periodo compreso tra il I sec. a.C. ed il IV d.C. ed in particolare quelle tramandateci da Columella, Virgilio e Palladio.

Negli ultimi mesi, questa ricerca, nata nell’ambito dell’archeologia sperimentale, si è ampliata grazie all’utilizzo di una piattaforma GIS. Attraverso questo strumento informatico è stato possibile raccogliere e fissare su una mappa digitale i dati delle numerose, seppur frammentarie, testimonianze archeologiche del territorio della Piana di Mascali. Grazie a questa mappatura si è potuto tentare di ricostruire la storia di questo particolare paesaggio antico in un arco cronologico che va dall’Età del Bronzo ai giorni nostri. L’intero progetto è stato condotto tenendo ben presente che l’archeologia, al giorno d’oggi, è chiamata a ripensare il proprio ruolo e la propria responsabilità verso la collettività. Non solo vincoli o divieti, quindi, ma anche valorizzazione e attenzione ai sistemi di fruizione del territorio e del suo patrimonio. In questo senso la carta archeologica creata all’interno del progetto non intende parlare solo agli addetti ai lavori, ma vuole rivolgersi, in una dimensione di archeologia pubblica, sia alle amministrazioni locali che alla comunità. Le prime, infatti, potranno trovarvi spunti per un più efficace cultural planning, mentre le seconde potranno godere di un’efficace strumento culturale per rinsaldare le identità locali.

Figura 2

Le indagini condotte hanno fatto chiaramente emergere  come l’area indagata – che si estende dal fiume Alcantara fino al Torrente Fago – da secoli è dedicata alla produzione di vino. Già i greci, nell’VIII secolo a.C. vi fondarono Naxos che non a caso con il grappolo d’uva rappresentò nell’iconografia delle sue prime monete, la vocazione vinicola  del  territorio.

Figura 3

Altre prove archeologiche, direttamente collegate alla produzione vinicola, sono i numerosi resti di dolia e di anfore, i grandi contenitori utilizzati, rispettivamente, per lo stoccaggio e il trasporto del vino in particolar modo in epoca romana. Il territorio conserva numerosi rinvenimenti relativi a quest’attività: si ricorda un’area di frammenti di dolia tardo-romani nelle campagne di Giarre o il dolium rinvenuto nei pressi di Puntalazzo, infisso nel terreno come altri che sono stati rinvenuti nei comuni di S. Alfio, Castiglione, Malvagna e Gaggi.

Figura 4

Ulteriori tracce archeologiche sono rintracciabili nei resti di ricchi mosaici – come quello di Nunziata oggi perduto – e nelle grandi tombe – come la c.d. Torre Rossa di Fiumefreddo – che ci lasciano ipotizzare in  epoca romana la presenza di ricche famiglie, le quali vivevano in lussuose ville circondate da floride vigne.

Figura 5

Figura 6

Nell’alto medioevo fu, molto probabilmente, Mascali a raccogliere l’eredità della produzione di vino della ormai scomparsa Naxos e a perpetrarla fin quasi ai giorni nostri. Come è noto, la cittadina attuale, dopo l’eruzione del 1928 che aveva coperto la vecchia città, è stata rifondata in una zona più a valle. Quest’ultima, insieme all’attuale frazione di Nunziata, è stata un importante centro agricolo fin dall’età ellenistica e poi soprattutto a partire dal V secolo d.C. Proprio a Nunziata, inoltre, recentissimi scavi, hanno portato alla luce degli splendidi mosaici all’interno di una piccola basilica paleocristiana – databile proprio al V secolo – a riprova di un mai sopito benessere economico che l’area conservò soprattutto grazie all’agricoltura.

Dal basso medioevo fino all’unità d’Italia, Mascali fu sede della Contea la quale ebbe il suo cuore pulsante proprio in quella stessa pianura a cui per primi i greci guardarono con interesse.

Un’ultima testimonianza della vocazione vitivinicola di questo è fornita dal fatto che esso fa parte del c.d. triangolo di acclimatazione (che comprende parte della Sicilia orientale e della Calabria tirrenica e jonica) ovvero un’area in cui sarebbero stati selezionati, nei secoli, molti vitigni considerati progenitori nobili della viticoltura italiana. Tra questi spicca il nerello mascalese il quale, insieme ad altri sei vitigni selezionati nei secoli scorsi in tutta la Sicilia, ha trovato dimora nella vigna sperimentale dell’IBAM CNR.


Bibliografia essenziale

G. Buda (a cura di), La Nunziatella sopra Mascali, Palermo, 2015.
G. Buda, M.R. Grasso, F. Privitera, Torre Rossa: la riscoperta di un sito archeologico a Fiumefreddo di Sicilia, Fiumefreddo di Sicilia, 2013.
C.M. Kraay, Archaic and Classical Greek Coins, Londra, 1976.
M. Indelicato, Archeologia del vino in Italia: un esperimento siciliano, Tesi di Laurea Magistrale in Archeologia, Università degli Studi di Catania, Catania, 2014.
C. Interdonato, Il segreto del dolium, «Archeoclub di’Italia (sez. di Giarre-Riposto)», 1988, pp. 28-29.
D. Malfitana, E. Botte, C. Franco, M.G. Morgano, A.L. Palazzo, G. Fragalà, Roman Sicily Project. Ceramics and Trade. A multidisciplinary approach to the study of material culture assemblages. First overview. The transport amphorae evidence, «FACTA, a journal of roman material culture studies», 2, 2008, pp. 127-192.
D. Malfitana, C. Franco, “Archeologia dell’artigianato” nella provincia Sicilia: Nuove prospettive di indagine dal “Roman Sicily Project: ceramics and trade” in Roma y las provincias, modelo y difusión, a cura di T. Nogales, I. Rodà, Roma, 2011, pp. 79-92.
D. Malfitana, A. Mazzaglia, G. Cacciaguerra, Catania. Archeologia e città. Il progetto OPENCiTy. Banca Dati, GIS e WebGIS, vol. I, Catania, 2016.
M. T. Magro, Note di topografia antica nel territorio, in Buda 2015, pp. 89-95.
F. Privitera, M. R. Grasso, Il territorio di Mascali e l’archeologia – L’evoluzione del territorio nell’antichità, in AA. VV., Città di Mascali. Quaderno di studi, Riposto 2012, pp. 93-96.

Didascalie:

Fig. 1 – Mappa dei rinvenimenti di dolia, ceramica e strutture di età romana e tardo antica (elaborazione GIS)
Fig. 2 – Dracma di argento della zecca di Naxos con raffigurazione di Dioniso e di un grappolo d’uva – 550-530 a.C. (KRAAY 1976, Plate 44)
Fig. 3 – Il dolium rinvenuto nel torrente Macchia nei pressi di Giarre (CT) (LENTINI 1988, p. 15)
Fig. 4 – Il mosaico rinvenuto negli anni ’30 a Nunziata (CT) (MAGRO 2015, p. 95, fig. 13)
Fig. 5 – Acquaforte di Jean Houel inserita nel II tomo dell’opera Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari, Parigi 1784
Fig. 6 – Resti della Basilica paleocristiana della Nunziatella: in primo piano i mosaici (BUDA 2015, p. 42, fig. 29)

Articolo a cura di Mario Indelicato, Archeologo (IBAM CNR)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *